Un po' di Storia
La lingua tedesca ammette che continuamente possano essere creati neologismi fondendo fra di loro le parole, in modo da esprimere nuove idee e nuove definizioni. Traumfabrik nasce dalle parole tedesche Traum, sogno e Fabrik, fabbrica. Fabbrica dei sogni. Il nome Traumfabrik fu coniato da Filippo Scozzari quando, insieme a Giampietro Huber e a Dadi Mariotti, prese possesso di un appartamento in uno stabile occupato dal Movimento in via Clavature 20, nel centro di Bologna. Era la primavera del 1976.
Nessuno di noi aveva mai visto Scozzari prima di quella sera, ed iniziammo quindi a frequentare quella casa in qualità di amici di Huber, colmi di curiosità per quello strano personaggio. Vedere come viveva e lavorava un autore di fumetti – un vero autore di fumetti – era qualcosa di eccitante per noi, nati e cresciuti in una piccola città come Bologna. Ecco la prima delle caratteristiche che ci accumunavano: non eravamo studenti fuori sede, tutti noi eravamo bolognesi. Fin dall’inizio in quella casa si combatté una lotta sotterranea, una sorta di braccio di ferro fra noi e Filippo. La posta in palio era la Traumfabrik, che lui vedeva prevalentemente come uno spazio privato, casa sua, e noi come uno spazio “di movimento”, che nel gergo di quei tempi significava un luogo che poteva essere utilizzato senza alcuna preoccupazione. Se a qualcuno di noi fosse saltato in testa, per esempio, di abbattere a picconate una parete (cosa che è stata anche tentata), nessuno – a parte Scozzari - avrebbe avuto nulla da dire. Questa battaglia Filippo la perse, fin da subito, e la Traumfabrik divenne una "Open House", nella più pura tradizione delle Factories di Andy Warhol.
Molto presto il centro della Traumfabrik si spostò dal tavolo da disegno di Filippo al giradischi accanto al divano centrale. Un giradischi che, dapprima, proponeva una versione ridotta della rotation di Radio Alice (Rolling Stones, Fela Kuti, Bob Dylan, Eric Burdon, niente Beatles), ma prevalentemente un disco, vera colonna sonora di quella primavera, un disco uscito qualche anno prima, per la verità, ma che l’arretrata cultura musicale italiana cominciava ad assorbire solo nel 1976: Here Come The Warm Jets, di Brian Eno. È strano pensare come un disco uscito nel 1973 potesse apparire così "avanti", ma la favolosa Bologna Rock non esisteva ancora. In quella Bologna dominavano i cantautori, la canzone popolare e gran dosi di musica cilena. Ma sarebbe durato ancora pochissimi mesi. Di lì a poco, l’uscita del primo disco dei Ramones avrebbe cancellato tutto il passato, rinnovando totalmente la sfera musicale che avvolgeva la nostra vita alla Traumfabrik. Ramones, Ultravox, Suicide divennero la nuova musica, la colonna sonora di un nuovo modo di vedere il mondo.

Il Reperto 1
La droga – ogni tipo di droga – dominava la psiche collettiva. La droga era la Grande Rete, l’Internet degli Anni Settanta, e la biochimica era la chiave per vivere il cambiamento, per ascoltare il respiro del tempo. In particolari momenti attraverso le sostanze psicoattive si realizzava una condivisione empatica che dava luogo a un’attività di creazione collettiva. Era soltanto un effetto collaterale della droga? C’è un rapporto speciale fra l’arte e la droga, e fra la droga e gli artisti; un legame misterioso mai veramente spiegato, ma reale e provato. Alcuni artisti della scena Bolognese degli Anni Settanta – musicisti e autori di fumetti – portarono avanti una sorta di happening creativo protratto nel tempo, un evento febbrile che anziché esaurirsi in un’unica, memorabile notte, è continuato per quasi sei anni. Questo accadimento ha attraversato le vite di molte altre persone, che a loro volta lo hanno attraversato lasciando delle tracce.
Dopo lo sgombero della casa di via Clavature 20, le opere della Traumfabrik – disegni, dipinti, oggetti, sculture, collage, fotocopie – sono andate perdute nel corso di vari traslochi (la maggior parte sono state semplicemente gettate via da anonimi facchini, agenti inconsapevoli della selezione naturale). Ma una cassa contenente circa 400 disegni è stata recentemente ritrovata. All’artista bolognese Alessandra Andrini è da attribuire il merito di aver salvato ciò che resta della Traumfabrik, quello che d’ora in poi chiameremo Reperto 1.
Il Reperto 1 raccoglie le uniche prove che tutto questo è successo, che la Fabbrica dei sogni ha fabbricato.
Cosa?
È lavoro? È delirio? È gioco?
È… nulla?
Oggi che quella creatività collettiva si è dissolta, abbiamo aperto la scatola delle opere ritrovate, le opere della Traumfabrik. Alcune di queste hanno un autore, altre ne hanno più di uno, altre ancora sono tracce di ignoti ospiti transitati nella casa di Via Clavature 20 in ignoti momenti.
Tutte sono emanazioni di uno stesso centro, testimonianze di un esperimento artistico, medico, psicologico e antropologico, un esperimento delicato e pericoloso, perché condotto su cavie umane.

Traumfabrik Blowup

"Qualunque cosa ci stia osservando, non è umana… e non batte mai le ciglia.
Che cosa vede uno scanner? Vede dentro la testa? Vede dentro il cuore? Vede dentro di me? Dentro di noi? Vede in modo chiaro o oscuro? Spero che veda in modo chiaro, perché io non riesco più a vedere dentro di me. Io vedo solo tenebre. Spero per il bene di tutti che gli scanner vedano meglio, perché se lo scanner vede solo in modo oscuro così come me, allora sono dannato, dannato per sempre. E in questo modo finiremo per morire tutti conoscendo poco, o niente. E su quel poco che conosceremo, ci saremo anche sbagliati."

Philip K. Dick

Il materiale esposto nella mostra Traumfabrik Blowup è realizzato applicando tecniche digitali di trattamento delle immagini ai campioni del Reperto 1. La digitalizzazione delle opere è stata eseguita con uno scanner. La principale obiezione che è stata posta alla validità di questa operazione è che l’intervento dello scanner possa alterare il senso di ogni singola opera in modo totale e definitivo. In questo caso si potrebbe dire che lo scanner distrugge. Oppure si potrebbe pensare che lo scanner possa dare alle opere Traumfabrik una rispettabilità a posteriori, smussandone gli spigoli grezzi e cafoni, rendendole accettabili dal punto di vista estetico e, in una qualche forma, commerciale. In questo senso, allora, diremmo che lo scanner nasconde. Infine, lo scanner potrebbe mostrare qualche indizio illuminante sull’esito finale dell’esperimento, affermare che la mostra stessa era fin dall’inizio il senso della Traumfabrik, e condurre finalmente in porto un’azione intrapresa trent’anni orsono. Allora potremmo dire che lo scanner rivela.

Giorgio Lavagna
traumfabrik blowup
Galleria Neon
Via Zanardi 2/5
Bologna, 11 settembre - 27 ottobre 2007


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